Pensieri

Artificio e natura

La dimensione di una scrittura immaginifica è il mio modo per relazionarmi al mondo, il modo più interno per stare a contatto con la realtà, per reagire con la musica a momenti dell’attualità dando una risposta di contenuti. Come nel caso di Afterthought, in cui traduco in suoni l’attentato di Londra. In questo racconto guidato dal suono, tutto è lecito. Anche l’utilizzo della tecnologia, che svolge sempre una funzione drammaturgica, compenetrata nella struttura dell’opera. Non è un elemento ornamentale, ma assume una funzione portante, quasi un prolungamento nel futuro, una protesi laddove i mezzi strumentali del passato non arrivano. La tecnologia video, la manipolazione del suono in tempo reale sono mezzi che rispondono alla domanda posta dall’orecchio di oggi, che è in continua evoluzione. Un orecchio di un presente che si modifica momento dopo momento. Anche nel caso di questa mutazione apparentemente incontrollata,  non mi avvicino alla scrittura senza prevedere dove la mia musica vada a finire. Per I Cenci, ad esempio, ho concepito la possibilità di deformare Artaud attraverso una trasformazione dell’esistente inesorabile e graduale: l’elettronica dà voce all’immaginazione di Artaud, alla sua richiesta impossibile di sentire i suoni degli organi del corpo umano. La protesi della tecnologia funziona ed è bella quando la metamorfosi è misteriosa, arcana, non manifesta. Quando l’artificio non è riconoscibile. Quando l’effetto innaturale è indistinguibile  dall’elemento naturale.